zona derattizzata

L’unico posto al mondo senza ratti

La specie più comune di ratto, il ratto grigio, è ovunque: in ogni continente, a ogni latitudine e su gran parte delle isole, anche quelle più piccole. Non c’è, per ovvie ragioni, solo al polo nord e al polo sud, ed è praticamente assente anche dall’Alberta: una provincia del Canada occidentale, grande il doppio dell’Italia e abitata da circa quattro milioni di persone. Praticamente assente vuol dire che in Alberta può esserci in questo momento qualche esemplare di ratto grigio, ma che molto probabilmente non esistono un maschio e una femmina che stanno facendo tanti altri piccoli ratti grigi.

Come spiega il sito del ministero dell’Agricoltura dell’Alberta – che si occupa da decenni alla guerra ai ratti e ha molte pagine dedicate alla questione – «i ratti grigi sono tra le creature più distruttive del pianeta». È stato calcolato, dice il sito, che ci siano tra i due e i quattro ratti per ogni abitante degli Stati Uniti e che i ratti siano responsabili della distruzione di un quinto delle coltivazioni mondiali, senza contare le malattie che trasmettono.

Per prima cosa, negli anni Cinquanta venne esteso e potenziato l’Agricultural Pests Act del 1942, che dava al ministero dell’Agricoltura il potere di definire “parassita” ogni animale che danneggiava i raccolti. Fu anche deciso che il ministero avrebbe destinato parte dei suoi fondi alla lotta dei ratti, definiti subito “parassiti”, e che gli agricoltori e gli amministratori delle città al confine con il Saskatchewan avevano il dovere di collaborare alla guerra ai ratti: non farlo poteva essere punito con multe e sanzioni di vario tipo.

Le multe per il reato di “non lotta ai ratti” non furono invece praticamente mai necessarie. Perché agricoltori e allevatori lungo il confine con il Saskatchewan capirono subito l’importanza della cosa.

Fonte: articolo pubblicato sul sito ilpost.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

presenza insetti mense scolastiche

Cibi scaduti, poca igiene, topi e parassiti: il «film dell’orrore» delle mense scolastiche

I Nas, d’intesa con il ministero della Salute, hanno avviato dall’inizio dell’anno scolastico il monitoraggio sui servizi di ristorazione nelle scuole di ogni ordine e livello. L’obiettivo è quello di accertare le condizioni d’igiene e strutturali dei locali, la rispondenza dei menù ai capitolati d’appalto, la corretta gestione e preparazione degli alimenti, anche in relazione alle esigenze nutrizionali e salutistiche dei ragazzi. E i primi risultati sono inquietanti: su 224 mense ispezionate sono ben 81 quelle che hanno evidenziato irregolarità, tra queste 7 presentavano una grave situazione igienico-strutturale e ne è stata disposta la sospensione del servizio.

Alle 81 irregolari sono state contestate 14 violazioni penali, 95 infrazioni amministrative alle normative nazionali e comunitarie con il deferimento di 15 persone alle autorità giudiziarie oltre alla segnalazione di 67 soggetti alle autorità amministrative, compresa l’irrogazione di sanzioni pecuniarie per oltre 576mila euro. Sono poi stati sottoposti a sequestro oltre 2 tonnellate di derrate alimentari (prodotti ittici, carni, formaggi, frutta, verdura, olio, pane) poiché non avevano indicazioni di tracciabilità e provenienza dei prodotti. O perché erano detenute in ambienti e condizioni inadeguati oppure erano scadute.

Fonte: articolo pubblicato sul sito ilsole24ore.com – qui è possibile leggere l’articolo originale

derattizzazione fai da te

Derattizzazione: perché il fai da te non è mai consigliato

I topi sono animali gregari, che amano vivere nelle vicinanze delle fonti di cibo disponibili sul territorio. Solitamente sono più presenti vicino a zone in cui sono presenti rifiuti o derrate alimentari no ben sorvegliate. Ci sono specie di topi più diffuse in campagna: sono di piccole dimensioni e difficili da vedere; nelle città invece sono presenti topi di dimensioni maggiori, che vivono all’interno delle reti di tubature delle fognature. Nelle abitazioni e nei locali commerciali solitamente sono topi di dimensioni ridotte quelli più diffusi, ma non sempre è così: dove è disponibile del cibo facilmente raggiungibile i topi arrivano rapidamente.

Quanto il singolo privato cittadino decide di debellare i topi o i ratti dall’immobile in cui vive utilizza i prodotti disponibili in commercio. Si tratta in genere di trappole meccaniche, o di esche avvelenate. Questi prodotti, per uso comune, in genere consentono di uccidere un minimo numero di individui, cosa che può portare a pensare di aver sconfitto l’animale infestante. In genere dopo poche settimane l’infestazione si ripresenta, proprio per il fatto che i topi hanno scelto un luogo in cui trovano facilmente del cibo. Il professionista come primo passo si occupa non solo di posizionare delle trappole o delle esche (per altro di tipo professionale), ma anche di individuare l’entità dell’infestazione.

Si deve anche considerare poi che gli interventi di derattizzazione devono prolungarsi nel tempo, con regolari valutazioni dell’eventuale ritorno degli animali. Questo soprattutto all’interno di stabilimenti o di laboratori dove sono presenti materie prime che possono risultare interessanti per il ratto. Dopo aver debellato gli animali è importante mantenere attivo un sistema di monitoraggio, che permette di prevenire qualsiasi ulteriore infestazione.

Fonte: articolo pubblicato sul sito primapress.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

virus epatite ratti

Virus dell’epatite mutato? Casi di esseri umani infetti da epatite da ratto

A ottobre, il primo paziente infettato dalla variante di ratto del virus dell’epatite E. Ora c’è un altro caso a Hong Kong. Infettivologi preoccupati. S’intensifichino i controlli igienico-sanitari sulle navi provenienti dal territorio autonomo cinese

I media di mezzo mondo avevano, infatti, rilanciato la notizia di un uomo di 56 anni che era stato contagiato da un “parente molto lontano” della variante umana del virus, come avevano confermato i ricercatori dell’Università di Hong Kong che ne avevano seguito il caso. Ora, un altro paziente sarebbe stato contagiato sempre a Hong Kong. Una circostanza che preoccupa gli infettivologi che temono che il virus sia mutato e possa essere trasmesso più facilmente tra gli animali e gli esseri umani. Colpita dal virus dell’epatite E di ratto, questa volta è una donna di 70 anni che, come il primo paziente, sarebbe immunodepressa e pertanto più facilmente contagiabile.

In realtà gli eventi risalirebbero al maggio 2017, quando i pazienti sono stati ricoverati in ospedale con i sintomi tipici del virus dell’epatite E umana (dolori addominali, perdita di appetito, perdita di peso e mal di testa). Come e dove le persone colpite sono state contagiate non è ancora chiaro. Sebbene entrambi provengano dallo stesso distretto di Hong Kong, tuttavia, i medici escludono una connessione.

Fonte: articolo pubblicato sul sito castedduonline.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

insetti e grilli nel menu

Insetti e grilli nel menu delle feste? 4 italiani su 10 sarebbero disposti

4 italiani su 10 si dimostrano aperti all’assaggio e 7 su 10 credono che un’alimentazione a base di insetti potrebbe avere degli effetti benefici e nutrienti sul nostro organismo.
L’unica preoccupazione per il 73% degli intervistati è per le norme igieniche e sanitarie di produzione di questi alimenti.

Dall’indagine è emerso che oltre il 40% degli italiani ritiene che gli insetti possano essere uno dei cibi del futuro e sono in particolare i giovani tra i 18 e i 34 anni a dimostrare maggiore apertura (49%) contro il 63% degli over 55 che pensa che gli insetti non saranno mai accettati come alimenti in Italia.

Questa disponibilità degli italiani ad accogliere il novel food non è solo teoria, ma si conferma anche nell’assaggio.

Secondo uno studio condotto dalla FAO nel 2013 oltre ad essere ecosostenibile grazie alla facile reperibilità della materia prima, un’alimentazione a base di insetti è anche nutriente e ricca di proteine, grassi buoni, calcio, ferro e zinco e in generale più salubre rispetto a quella ‘tradizionale’.

Nonostante la riconosciuta ecosostenibilità di cibi a base di insetti, secondo il 73% degli italiani la produzione degli stessi richiederebbe maggiori attenzioni in termini di sicurezza alimentare e pratiche igieniche, e il 55% è molto preoccupato dal punto di vista sanitario per le pratiche che possano essere utilizzate o meno nella lavorazione degli insetti ad uso alimentare.

In attesa di vedere se davvero scatterà questa rivoluzione nel piatto, il Parlamento Europeo ha introdotto già dallo scorso 1° gennaio 2018 nuove regole per la vendita di nuovi prodotti alimentare, quindi anche degli insetti. Inoltre, la normativa europea si sta evolvendo per restare al passo con i tempi e saper rispondere anche ai dubbi posti dai nuovi trend alimentari.

Fonte: articolo pubblicato sul sito casertaweb.com – qui è possibile leggere l’articolo originale

chiocciole giganti infestanti

Chiocciole giganti tra le specie più infestanti al mondo

La chiocciola gigante è originaria dell’Africa orientale ed è stata introdotta in varie parti del globo tramite scambi commerciali, come fonte alimentare oppure come animale da terrario. E’ stata classificata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura come una delle 100 peggiori specie invasive al mondo per il suo impatto negativo a livello economico ed ambientale: ha un’elevata capacità riproduttiva e si nutre di numerose specie vegetali differenti, due elementi che ne favoriscono la rapida diffusione.

La chiocciola può entrare in competizione con le specie autoctone e causare consistenti danni agli ecosistemi locali.

Nonostante sia una specie tropicale, può sopravvivere anche in condizioni più fredde, andando in quiescenza per un periodo di tempo massimo di tre anni. E’ prevalentemente crepuscolare, ma può essere attiva nelle ore diurne in giornate particolarmente umide, nuvolose e piovose. La sua presenza può essere indicata da larghe scie di muco in piante ed edifici ed escrementi nastriformi.

Fonte: articolo pubblicato sul sito ilrestodelcarlino.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

trasmissione patogeni zanzara

Saliva di zanzara e trasmissione di patogeni

I ricercatori studiano da anni i meccanismi di trasmissione alla ricerca di un sistema di prevenzione. Anche la saliva di zanzara è in grado di influenzare la risposta dell’organismo all’infezione. Per questa ragione, gli scienziati del Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, hanno analizzato in dettaglio la risposta immunitaria a punture di zanzare non infette, quindi in assenza di trasmissione del patogeno.

Lo studio degli scienziati statunitensi è il primo ad analizzare le risposte dell’organismo su un modello animale “umanizzato”, ossia che presenta le nostre stesse cellule immunitarie. I ricercatori hanno infatti lavorato su una linea di topi immuno-deficienti, prodotti da un altro laboratorio, a cui sono state iniettate cellule staminali ematopoietiche di origine umana. Cellule, cioè, in grado di differenziarsi nei componenti cellulari del nostro sistema immunitario.

Lo studio dei ricercatori del Baylor College of Medicine riporta un’analisi molto accurata degli effetti della saliva della zanzara Aedes aegypti sui livelli di citochine e sulla composizione di cellule immunitarie in alcuni distretti chiave come il midollo osseo. I loro risultati, sebbene non inaspettati, possono fare da base per ulteriori studi sulla risposta alla saliva e a singole proteine salivari, su cui si stanno concentrando ora gli autori. L’obiettivo resta quello di comprendere meglio una serie di meccanismi e verificare in che modo questa conoscenza possa essere utile per agire nella prevenzione e nel trattamento di queste malattie.

Fonte: articolo pubblicato sul sito oggiscienza.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

tarli del legno

Come prevenire i danni da tarli a mobili e strutture in legno

I maggiori fattori di rischio per la conservazione del legno sono l’esposizione alle intemperie e soprattutto all’umidità, con conseguente proliferazione di funghi e muffe, e ovviamente gli attacchi degli insetti xilofagi come tarli del legno o termiti.

Il tarlo è la tipologia di insetti del legno più diffusa in Italia; precisamente, sono le larve di varie specie di coleotteri che si nutrono delle fibre del legno. 

Tra queste riconosciamo:
• i tarli del legno cerambici o capricorni delle case;
• i tarli anobidi o tarli comuni del legno;
• lo Xestobium rufovillosum, detto anche grande tarlo o orologio della morte;
• i lictidi (Lyctus brunneus).

Il ciclo vitale di un tarlo si compone di varie fasi.

• Le femmine adulte depongono le uova nelle cavità del legno non trattato come vecchie gallerie preesistenti, fori di chiodi, giunzioni tra i pezzi o fessure da ritiro.
• Dopo la schiusa le larve cominciano a nutrirsi di cellulosa scavando lunghe e tortuose gallerie: è in questa fase che si producono i danni maggiori. Una volta cresciuti, le tarme del legno si accoppiano depondendo ancora una volta le uova.

Generalmente il tarlo causa danni di modesta entità, cioè tali da non mettere a repentaglio la sicurezza statica di un elemento strutturale, ma una grave infestazione può ugualmente diminuire sensibilmente la sezione resistente di una trave o una capriata: è quindi importante riconoscere i sintomi di un attacco per adottate le contromisure adeguate.

Principali metodi di disinfestazione e protezione dai tarli

I trattamenti antitarlo hanno la duplice funzione di bonificare i manufatti con infestazioni in atto uccidendo gli insetti, le larve e le uova, e successivamente di proteggere il legno da nuovi attacchi creando un ambiente ostile agli insetti xilofagi.

Quali sono i trattamenti antitarlo?

• trattamento con aria calda;
• trattamento con sottrazione dell’ossigeno (anossia);
• trattamento con riscaldamento a microonde;
• trattamento con impregnazione di prodotti biocidi.

Per individuare il trattamento più idoneo occorre tenere conto delle caratteristiche dell’oggetto (forma, dimensioni, stato di conservazione), identificare la specie coinvolta e stimare la gravità dell’infestazione. Il riconoscimento della specie viene generalmente eseguito a vista da personale specializzato, mentre la gravità dell’attacco è rilevabile con apposite indagini diagnostiche preliminari.

Fonte: articolo pubblicato sul sito lavorincasa.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

parassita formiche

Il segreto del fungo che trasforma le formiche in zombi

La modifica del comportamento dell’ospite da parte di un parassita è molto diffusa nel regno animale. Basta pensare al famoso Toxoplasma gondii, un protozoo che rende i topi che infesta attratti dall’orina di gatto, l’ospite definitivo del ciclo di sviluppo. Oppure c’è un verme trematode che costringe le formiche a salire all’alba su un filo d’erba, serrare le mandibole sulla foglia, e aspettare fino al tramonto di essere brucate da un ruminante all’interno del quale riprodursi.

Nelle formiche infette il parassita invade tutto il corpo, comprese le zampe, creando una complessa rete di ife interconnesse. Il fungo cresce anche, in parte nella testa, ma lascia il cervello completamente intatto. Come fa allora a cambiare il comportamento dell’ospite? L’ipotesi dei ricercatori è che l’infestazione produca sostanze chimiche che agiscono sul sistema nervoso della formica a distanza, come i fili di una marionetta.

Come spiega il professor Donato Grasso, etologo dell’Università di Parma specializzato nel comportamento delle formiche, “nel campo del parassitismo l’evoluzione non guarda in faccia a nessuno e ogni punto debole viene sfruttato. Questo vale anche per gli insetti sociali che, nonostante le loro straordinarie capacità, a volte devono soccombere agli attacchi di altri organismi che hanno “imparato” a sfruttarne i talloni d’Achille grazie ad incredibili adattamenti.

Fonte: articolo pubblicato sul sito scienze.fanpage.it – qui è possibile leggere l’articolo originale

vespa velutina

Vespa velutina, “cavallo di Troia” hi-tech per annientare l’aggressivo calabrone alieno

Trasformare una vespa velutina in una sorta di Cavallo di Troia tecnologico per individuare il nido da cui proviene ed eliminarlo sistematicamente.

È questa la fantasiosa ma efficace strategia alla base del progetto “Life StopVespa”, messo a punto per debellare la minaccia dell’aggressivo calabrone asiatico (Vespa velutina).

La tecnica del “Cavallo di Troia” è stata sviluppata dai ricercatori Marco Porporato e Simone Lioy del Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, che hanno collaborato a stretto contatto con Riccardo Maggiora e Daniele Milanesio del Dipartimento di Elettronica del Politecnico torinese. Ma come funziona esattamente?

Gli scienziati devono innanzitutto catturare con un retino un esemplare della specie incriminata, dopo aver portato in laboratorio l’esemplare, gli viene applicata, grazie alla colla per interventi odontoiatrici, una microscopica antenna sul prosoma (il “dorso” del calabrone), e poi lo rimettono in natura nello stesso punto in cui è stato catturato. La micro-antenna funziona come un trasponder e invia il segnale a un radar armonico, che in pratica riesce a tenere traccia degli spostamenti del calabrone in modo non dissimile da sofisticati sistemi GPS installati nei radiocollari per il monitoraggio della fauna selvatica. Seguendone gli spostamenti dell’esemplare liberato i ricercatori possono determinare le esatte coordinate del nido da cui proviene e intervenire per l’eliminazione.

Fonte: articolo pubblicato sul sito scienze.fanpage.it – qui è possibile leggere l’articolo originale