rodenticidi anticoagulanti

Limitazioni nell’impiego dei rodenticidi anticoagulanti

Impiego dei rodenticidi anticoagulanti

Recenti studi a livello europeo hanno portato alla conclusione che i rodenticidi ad azione anticoagulante e, in particolare, quelli appartenenti alla seconda generazione (ARSG) come il bromadiolone, difethialone, brodifacoum, rappresentano un serio rischio per miolti animali non bersaglio.
Ciò è dovuto alla DL50 di questi prodotti estremamente bassa, tanto da risultare tossici per molti animali a sangue caldo; alla loro lunga persistenza nell’ambiente e alla loro capacità di accumularsi negli organismi.
Per queste caratteristiche tutti gli anticoagulanti di seconda generazione sono stati classificati come PBT e cioè persistenti, bioaccumulabili e tossici; è probabile che si assista, in un prossimo futuro, ad una progressiva limitazione nelle concentrazioni e nei campi di utilizzo.

Nuove etichette dei rodenticidi

Vengono riportate nelle etichette alcune importanti indicazioni utili per limitare i rischi per l’ambiente e che devono essere prese in considerazione dagli operatori del settore.
Una seconda fase riporta come gli anticoagulanti non possono essere utilizzati in maniera permanente e che gli interventi di derattizzazione non devono avere una durata superiore alle 5-6 settimane.
Da ciò consegue che i professionisti che usano questi prodotti dovranno comportarsi in maniera responsabile e operare secondo le indicazioni riportate in etichetta che, ricordiamo, è un documento ufficiale approvato dal Ministero della Salute.

Un nuovo approccio all’uso degli anticoagulanti

Un nuovo approccio può aiutare a dare più lustro alla categoria e rimuovere quell’alone di improvvisazione che a volte circonda la figura del disinfestatore. Occorrerebbe altresì evitare il ricorso a soluzioni semplicistiche quali lo stratagemma di far passare 5-6 settimane, allontanare gli anticoagulanti dagli erogatori e dopo alcuni giorni reintrodurli adducendo la scusa di nuove infestazioni.
Questa pratica non reggerebbe ad una eventuale critica, a meno che non provenga, da parte di un tecnico esperto, una valutazione che dimostri il basso impatto ambientale derivante da un uso superiore al consentito degli anticoagulanti.

Fonte: articolo pubblicato da Ugo Giangecchi, Consulente di Pest Control, all’interno della rivista IgieneAlimenti del mese di luglio 2016

evoluzione cimice dei letti

L’evoluzione delle cimici dei letti

Le origini delle cimici dei letti

E’ ormai accertato che le cimici dei letti vivono accanto a noi da parecchio tempo; la specie Cimex lectularius, in Europa, infesta i rifugi dei pipistrelli. Queste cimici attaccano i chirotteri esattamente come fanno con gli umani: succhiandone il sangue durante le fasi di riposo.
E’ possibile, anzi probabile, che qualcuno abbia incolpato i pipistrelli e non le cimici, delle fastidiose punture che si trovavano sul collo dopo una notte di riposo, essendo i primi ben più visibili delle seconde. Ecco come sarebbe nata una leggenda ben diffusa in tutta Europa, e dura a morire.

Le cimici ed il loro habitat

Le popolazioni selvatiche di Cimex lectularius, cavernicole e non sinantropiche, esistono tuttora e sono state analizzate dal punto di vista genetico.
Vivono in ambienti bui e umidi, e nell’oscurità si nutrono del sangue di mammiferi diversi dall’uomo, i pipistrelli in primo luogo ma presumibilmente qualunque mammifero con il quale potrebbero venire a contatto.
Quello che supponiamo sia in atto è una speciazione simpatrica che avviene non per isolamento geografico di due popolazioni in origine identiche ma per meccanismi più sottili: in questo caso per la scelta di un nuovo ospite da parassitare e per il cambiamento di habitat da parte di questo ospite: l’uomo che non vive più nelle caverne.
Cimex lectularius si sta quindi distaccando dalla specie originaria infestante i pipistrelli, una seconda specie che infesta l’uomo.

Un’evoluzione a carico dell’uomo

A contatto con l’uomo, ceppi di cimici resistenti si sono sviluppati e riprodotti, fino a prendere quasi il sopravvento nella nuova popolazione di cimici evolutasi a nostro carico.
Nuova popolazione oppure nuova specie? Perchè due animali siano considerati di due specie diverse occorre che siano leggibili differenze tra di loro, e che le popolazioni cui appartengono siano stabilmente isolate dal punto di vista riproduttivo.
Possiamo parlare di due diverse specie di cimici? Una, la cimice dei letti originaria, infesta i pipistrelli nelle caverne, l’altra, quella che più meriterebbe l’appellativo di cimice dei letti, è ospite dell’uomo.

Fonte: articolo pubblicato da Adriano Castiglioni, Disinfestatore, all’interno della rivista IgieneAlimenti del mese di luglio 2017

toxoplasmosi in gravidanza

Toxoplasmosi, una patologia alimentare ancora attuale

Toxoplasmosi, una patologia alimentare

La toxoplasmosi è una zoonosi causata da Toxoplasma Gondii, un protozoo parassita che compie il suo ciclo vitale complesso e diverso a seconda dell’ospite solo all’interno delle cellule. E’ un microrganismo che può infettare moltissimi animali, mammiferi, uccelli, rettili,
molluschi e può trasmettersi da un animale all’altro attraverso alimenti infetti.
Teoricamente un gran numero di animali a sangue caldo e non possono essere considerati ospiti intermedi del parassita ed essere veicolo delle cisti tissutali che esso forma.
In pratica però si è riscontrato che il parassita matura frequentemente nel gatto domestico ed in quello selvatico, che sono definiti gli “ospiti” principali. Nell’uomo sano la maggior parte delle infezioni è asintomatica o provoca una debole sintomatologia di tipo influenzale, ma se le difese immunitarie diminuiscono sia per patologie o per terapie, il microrganismo può tornare aggressivo, riprodursi e indurre nuovi danni.
La toxoplasmosi è ad alto rischio nel caso in cui venga contratta in gravidanza: l’infezione può passare attraverso la placenta, provocando in determinate circostanze aborto o malformazioni congenite nel neonato, in particolare al cervello o agli occhi.
Negli animali, Toxoplasma è una importante causa di aborto, sopratutto negli ovini, può essere tenuto sotto controllo con adeguate pratiche di allevamento e vaccinazione.
Dal 2004, negli stati europei è stato riscontrato un aumento dei casi di toxoplasmosi umana e, parallelamente anche in alcune specie animali, cani e gatti ma anche bovini,
suini e piccioni.

Toxoplasmosi e alimenti

Anche se alcuni studi evidenziano come il gatto rivesta un ruolo importante nell’epidemiologia dell’infezione, è ormai accertato che anche numerosi alimenti di origine vegetale e animale svolgono un ruolo rilevante nella diffusione della toxoplasmosi.
Per quanto concerne l’Italia, nell’ultimo decennio le percentuali di positività per Toxoplasmosi sui campioni testati sono state del 44% per i cani, del 22% per i gatti, del 36% per i bovini, del 42% per gli ovini, del 63% peri piccioni e del 3,5% per i conigli.L’uomo può contrarre l’infezione dal consumo di carne cruda o poco cotta infestata dalle cisti del parassita, oppure da alimenti e acqua contaminata da feci di gatto o anche dal contatto delle lettiere di questi animali con il terreno.
Fattori di rischio importanti sono considerate le carni suine (salsicce, insaccati, crudi, frattaglie), caprine e ovine crude o non sufficientemente cotte, meno la carne bovina.
Le forme infestanti di Toxoplasma vengono distrutte da un trattamento al calore i 67-70° per 3-4 minuti a cuore dell’alimento, quindi latte pastorizzato e carni ben cotte sono sicuri per il consumatore.
Anche sottoporre gli alimenti al congelamento può essere efficace purché si arrivi a -15° -18° per almeno 24 ore.

Prevenzione

Allo stato attuale non esiste un vaccino contro la toxoplasmosi: non è possibile garantirne la prevenzione assoluta; esistono una serie di comportamenti e di pratiche che possono ridurre notevolmente il rischio di contrarre questa patologia.
Uno studio europeo conferma che i fattori di rischio principali sono legati all’alimentazione: più di un terzo dei casi sono dovuti all’assunzione di carne cruda o cotta in maniera insufficiente. E’ importante evitare di assaggiare la carne mentre la si prepara e lavare molto bene le mani sotto acqua corrente dopo averla toccata.

Fonte: articolo pubblicato da Gabriella Rondinini, Microbiologa agroalimentare e ambientale, all’interno della rivista IgieneAlimenti del mese di luglio 2017

Ambiente infestato da cimici dei letti

Ambiente infestato da cimici dei letti

Le cimici dei letti si nascondono in materassi, tende, crepe e fessure. Di solito pungono il loro ospite per un breve pasto nelle ore prima dell’alba. Per un esperto di disinfestazioni, i segni di un’infestazione di cimici dei letti sono facili da individuare. Ma per un occhio inesperto identificare le cimici dei letti è difficile.

Le cimici dei letti e le loro uova si annidano nell’abbigliamento, nell’arredamento, nelle valigie e vengono quindi trasportate ovunque. Poiché sono molto piccole e amano nascondersi in fessure e crepe durante il giorno, le cimici dei letti possono introdursi in casa o in albergo con grande facilità, rendendo necessari regolari controlli preventivi a difesa della proprietà.

Le punture sulla pelle sono tra i primi segnali indicatori che il letto in cui si è dormito è infestato da cimici. Tuttavia, è difficile capire la differenza tra la puntura di cimice dei letti e quella di un qualsiasi altro insetto.

Generalmente è molto improbabile che le punture di cimici sveglino le vittime, come può invece accadere con quelle delle zanzare. Possono colpire ogni parte del corpo, ma in generale tendono a preferire le zone del corpo in prossimità dei vasi sanguigni vicini alla pelle.
Una cimice può pungere più di una volta sulla stessa zona, ma punture localizzate in diverse parti del corpo possono essere anche il risultato di punture da più cimici.

Le punture delle cimici del letto generalmente si presentano in linee rette, diversamente da quelle delle zanzare, che tendono a comparire casualmente in un’area qualsiasi
Le macchie possono anche gonfiarsi e causare più prurito nel caso di persone con pelli sensibili.

Interventi “fai da te” per l’eliminazione delle cimici dei letti sono difficilmente risolutivi, questi infestanti riescono a nascondersi in piccole crepe, battiscopa, prese elettriche e se non vengono eliminate radicalmente possono tornare ad infestare facilmente gli ambienti domestici.
I trattamenti professionali garantiscono un miglior livello di efficacia e, sia in ambienti domestici sia aziendali, sono sempre da concordare con il cliente per scegliere le metodologia più adatta.

scleroderma domesticum

Biologia e ruolo patogeno scleroderma domesticum

Scleroderma domesticum – caratteristiche

Si tratta di un microimenottero aculeato, appartenente alla famiglia Bethylidae, simile nell’aspetto ad una piccola formica nera. E’ un parassita dei comuni tarli del legno, la cui presenza all’interno delle abitazioni è strettamente associata a quella dele larve di coleotteri xilofagi.
E’ responsabile dell’insorgenza di dermatiti a tipo strofulo fortemente pruriginose, nel periodo compreso tra la fine di marzo e l’inizio di novembre.
L’insetto fuoriesce dalle gallerie che il tarlo ha scavato nel legno e punge l’uomo sia per contatto diretto con il mobile tarlato, sia indirettamente attraverso vestiti e biancheria nei quali l’insetto si è rifugiato.

Ruolo patogeno

Il suo robusto aculeo determina una microscopica soluzione di continuo, che facilmente si infetta a seguito del grattamento. L’iniezione del veleno non è dolorosa ma non sempre si avverte a causa, probabilmente, di sostanze con potere anestetico.
Sono stati segnalati anche episodi di dermatite outdoor, dovuti alla puntura all’esterno delle abitazioni, ad esempio in giardino, nella legnaia o per contatto con rami e tronchi marcescenti nei boschi. Poiché la puntura di Scleroderma domesticum è quasi sempre ben avvertita, molto spesso il paziente individua e cattura queste minuscole “formiche”.
Sebbene l’identificazione dell’insetto sia abbastanza semplice non basta; occorre riuscire ad individuare i locali e mobili nei quali è presente il focolaio di infestazione.

Fonte: Artropodi di interesse dermatologico in ambiente confinato – pubblicazione Prof. Mario Principato – Resp. Scientifico del Centro di Ricerca Urania di Perugia

lotta alla zanzara tigre

Come bloccare la zanzara tigre senza pesticidi

Per prevenire il rischio di epidemie associate a Zika, Dengue e Chikungunya, bisogna concentrarsi sui vettori di questi virus, ossia sulla zanzara tigre (Aedes albopictus). È quello che hanno provato a fare i ricercatori dell’Enea, che hanno appena messo a punto un nuovo metodo biotecnologico in grado di limitare la riproduzione della zanzara tigre e abbattere le sue capacità di trasmettere virus tropicali.

Il metodo, spiegano i ricercatori nel loro studio appena pubblicato su PLoS Neglected Tropical Diseases, consiste nell’introduzione all’interno della zanzara di ceppi specifici del batterio Wolbachia, uno dei parassiti più comuni del mondo, innocuo per gli esseri umani, che agisce a livello del sistema riproduttivo.

Dai risultati della sperimentazione, il nuovo metodo si è dimostrato efficace nell’azzerare nelle femmine la capacità di trasmissione del virus Zika e hanno inoltre manifestato una significativa riduzione (a meno del 5%) di quella dei virus di Dengue e Chikungunya.

Fonte: articolo pubblicato sul sito lastampa.it
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protezione dai calabroni

Proteggerci dai calabroni

Il calabrone appartiene al genere vespa, si ciba di fogliame e linfa degli alberi ma sono anche predatori in grado di eliminare mosche, api e altri insetti. Ne esistono 20 specie. Sono insetti sociali: vivono insieme in un nido che si costruiscono masticando legno che appare simile alla carta. Le regine dominano i nidi e sono le uniche femmine che si riproducono, tutte le altre sono operaie asessuate che lavorano per la colonia.

Il calabrone è dotato di un apparato pungitore connesso a particolari ghiandole secernenti veleno per questo motivo la puntura di calabrone risulta essere molto dolorosa e può anche essere causa di reazioni allergiche più o meno importanti.

Il calabrone possiede un pungiglione liscio che difficilmente rimane sottopelle (come nel caso delle api). Questo non è proprio un vantaggio perché vuol dire che questo insetto può pungere ripetutamente. Si consiglia infatti di allontanarsi subito se si viene punti.
Il suo veleno di calabrone non è letale, poiché le concentrazioni iniettate attraverso il pungiglione sono ridotte. Nei casi più gravi d’ipersensibilità è possibile avere una reazione allergica e a volte anche grave come lo shock anafilattico. Dopo essere stati punti due o più volte, si può sviluppare l’allergia. Quindi è sempre bene fare attenzione a sintomi sistemici particolari.

Cosa fare se vediamo un nido di calabroni?

Per eliminare un nido di calabroni o di vespe possiamo rivolgerci a personale specializzato in questo genere di interventi oppure chiamare i vigili del fuoco che sono tenuti ad intervenire se nelle vicinanze si trova un’abitazione.
In alternativa, si possono chiamare delle ditte specializzate in disinfestazione dei nidi di imenotteri che dovranno essere pagate individualmente se il nido si trova in casa.

Fonte: articolo pubblicato sul sito tuttogreen.it
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